La storia di Forlì dal Medioevo all’anno 1300

 

Particolare anticato di Forlì

Alcune leggende legate alle figure di San Mercuriale, patrono della città, e di San Ruffillo, protettore di Forlimpopoli, interpretate secondo logica, ci fanno capire come l’opera dei primi Vescovi fosse soprattutto di risanamento e di bonifica di territori malsani e paludosi nella parte orientale, bagnata dal Ronco. Situata sul comodo cammino, quasi obbligato, di tutte le truppe e popoli che invasero l’Italia, si può presumere che Forlì abbia subito le violenze e le distruzioni di Alarico e dei suoi Visigoti agli inizi del V secolo.
Per altri otto secoli, fino agli inizi del 1200, la città segue passivamente la sorte dell’intera Romagna, preda anch’essa del padrone di turno e sempre in posizione subordinata, fossero i Goti, i Bizantini, i Longobardi, i Franchi. Unico dato di rilievo, su cui cronisti e storici, anche moderni, sono concordi, è che verso il X secolo, forse a partire dall’889, Forlì si resse per lungo tempo a Repubblica e rispose alle pretese di governo temporale da parte della Chiesa con il continuo ed aperto schierarsi a fianco dei vari imperatori del Sacro Romano Impero Germanico, ai cui ordini militò costantemente, segnalandosi così come la città ghibellina per eccellenza (fama che le è rimasta nei secoli).
Nel XIII secolo Forlì esce dall’anonimato storico per indossare, in questo tormentato periodo di lotte civili e religiose, quasi i panni della protagonista. Il periodo fa registrare continui scontri con le vicine città guelfe, in modo particolare Faenza e Bologna. Due avvenimenti sono rimarchevoli: nel 1241 i Forlivesi fornirono il loro leale appoggio al grande imperatore Federico II nella presa di Faenza e ne ricevettero, in segno di riconoscenza, la facoltà di adornare lo stemma della città con l’aquila sveva, il che portò necessariamente in secondo piano l’antica insegna: scudo vermiglio crociato di bianco; anche altri privilegi ebbe il Comune forlivese dall’Imperatore, quali il diritto di coniare moneta e che i suoi senatori potessero indossare la toga di porpora foderata di ermellino.
Intanto, nel giro di poco più di vent’anni, le fortune della Casa di Svevia erano precipitate e il più solerte e fedele luogotenente che gli Imperatori avessero in Italia, Guido da Montefeltro, era stato costretto a riparare a Forlì, ultima roccaforte del Ghibellinismo, dove fu pregato di assumere la carica di Capitano del Popolo. In questa veste egli condusse ripetutamente il suo esercito (del quale facevano parte anche molti fuoriusciti, esuli o banditi) di vittoria in vittoria; fra le più sfolgoranti, quella riportata contro i Bolognesi al Ponte di San Procolo (15 giugno 1275), tra Faenza e Imola; quella di Civitella (14 novembre 1276) contro una coalizione guelfa cui s’erano aggiunti anche i Fiorentini; infine l’impresa più sensazionale, la battaglia di Forlì, nel Calendimaggio 1282. In questa circostanza, oltre al valore, rifulse anche la sagacia tattica del nobile feltrano, che in uno scontro cruentissimo sbaragliò i nemici (il fior fiore dell’esercito francese inviato dal Papa Martino IV a sottomettere la ribelle città romagnola) guadagnando per Forlì la celebre citazione dantesca “la terra che fe già la lunga prova e di Franceschi sanguinoso mucchio” (Inferno XXVI, 43-44).
Lo smacco per il Pontefice transalpino fu cocente e l’anno dopo, sostituito il capitano battuto Giovanni d’Appia, con Guido di Monforte ottenne – senza che vi fosse battaglia, ma con terribili minacce di ritorsione ad una popolazione esausta – dal Senato forlivese la resa a discrezione, mentre Guido da Montefeltro, sentendosi tradito, abbandonava la città coi suoi fedeli. Fonte: Comune di Forlì

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